Un dossier antipatico

Il dibattito sul finanziamento pubblico ai partiti sta prendendo una piega che non mi piace. Non voglio dire qui quali siano i motivi per i quali essere favorevoli o contrari al finanziamento pubblico. Mi ha infastidito, invece, la caccia alle streghe avviata da Dagospia che, in un articolo, indica gli stipendi, e anche i nomi, di alcuni collaboratori e funzionari del PD. Lasciando stare le figure “apicali” e alcuni stipendi fuori media  (diciamo così), si pubblicano anche i dati di “normali” funzionari con stipendi da normale impiegato. Hanno qualche colpa? Il problema non è quanto siano pagati, ma per fare cosa. E alcuni di quelli, come dire, lavorano per davvero. Soprattutto mi tornano in mente i tempi di quando ero giovane militante. Quando proponevo alla mia sezione di stampare un manifesto o un volantino e mi sentivo rispondere che non c’erano soldi. Ecco, questo mi farebbe incazzare di più se fossi ancora un iscritto (non ho tessere di partito dal 2005): sapere che i soldi delle tessere, i contributi che molti eletti versano al partito provinciale, non finiscano per attività di partito utili e sul territorio. Quello che serve a prendere i voti, per intenderci.