Promemoria per i tarantini

Di nuovo dispari

E’ tanto che non scrivo su questo blog. Non so se è pigrizia o perché non avevo niente da scrivere. Forse, anzi, avevo troppe cose da scrivere e non avrei trovato le parole giuste per raccontarle. E già, perché questi ultimi mesi sono difficili davvero da raccontare, troppe emozioni. E allora, più che raccontarle, ne approfitto per ringraziare un amico, quello che qualche mese fa scrisse queste bellissime parole su quella bellissima storia che stavo vivendo. Ringraziando lui mi sembrerà di ringraziare tutti quelli amici che ci sono stati e ci saranno sempre, a partire da quello che ora è in un ospedale di Riccione circondato da avvenenti infermiere dell’est…Amico mio, siamo di nuovo dispari, ma non sarò triste, lo prometto. D’altronde perché esserlo, come dice Bukowski «non essere giù perché la tua donna ti ha lasciato: ne troverai un’altra e ti lascerà anche quella».

Già, a chi lo spiego…

L’altro giorno mi sono commosso leggendo queste righe in cui il mio amico Nardi spiega in maniera perfetta cosa significhi avere un animale in casa. E chi non ama gli animali, chi non ne ha mai avuto uno, davvero, non credo possa capire. Oggi pomeriggio ho pensato a quelle parole, a quanto amore riesca a darmi ogni giorno una semplice coniglietta nana, una palla di pelo, per essere precisi. All’improvviso la piccola Dea non “scodinzola” per casa, si rannicchia in un angolo e comincia a tremare. Mi tornano in mente le immagini di Jumpy, il coniglietto nano che due anni fa è morto per un colpo di calore, dopo 5 anni di coccole indescrivibili. La corsa in auto verso il veterinario sembrava infinita, con Dea che ad ogni semaforo mi sembrava sempre più immobile. E poi puntura, flebo e…gatorade. Ora sta meglio e la osservo mentre mi guarda. Forse prova a tranquillizzarmi, chissà… A proposito, Dea me l’ha regalata quel Nardi là, e non smetterò mai di ringraziarlo.

Terra mia

Ogni tanto la mia terra non è citata negli articoli del Corriere o di Repubblica per i fumi dell’Ilva. Ogni tanto si parla anche dei nostri talenti, delle nostre tradizioni. In questi giorni si parla di Woody Allen a Roma e il regista sembra abbia fatto realizzare piatti e bicchieri a Grottaglie, terra delle ceramiche tarantine. E la camicia delle nozze del Principe William è stata realizzata a Ginosa, non dalla scuola inglese di camiciai. Sarò distratto ma tra i tanti link pubblicati dai miei amici tarantini su Facebook, sempre così attenti a difendere l’orgoglio della propria terra, queste notizie non le ho lette. Ma sarà colpa mia, scusate.

L’ultima volta a Palazzo Grazioli, forse…

Domani sera dirò anche io Bye Bye Palazzo Grazioli. Qui si spiega bene cosa significhi per Reti cambiare sede dopo dieci anni, lasciare Il palazzo del potere per eccellenza. Per me sono un po’ di ricordi che lascio là, dove fino ad un anno fa lavoravo. Ci sono entrato per la prima volta nel settembre 2005, per frequentare un master di 8 mesi insieme ad una ventina di ragazzi coi quali ho condiviso quell’aula vicino alla terrazza per otto ore al giorno. Ricordo la prima (non) lezione di Claudio Velardi, con la sua citazione preferita, quella di Charly Parker :” la musica si impara attraverso la tecnica, ma poi bisogna dimenticarla per iniziare a suonare con l’anima”. Citazione che pochi mesi fa qui ha ricordato in una intervista. Soprattutto ricordo quando i miei colleghi (chissà dov’ero io?!) dalla terrazza salutarono Berlusconi affacciato al secondo piano, con una di queste che gli gridò “forza Milan” (sigh!). Ricordo gli amori nati in quella terrazza, con tutti i corsisti che di là sono passati. Ricordo le mie lacrime tra le braccia di una collega per un amore svanito, quella volta che presi l’ascensore con Calderoli, Maroni e Tremonti nei giorni successivi alla vittoria del centrodestra del 2008. Ricordo quando sentimmo per la prima volta la frase di Berlusconi grandi orecchini, grande voglia… rivolta ad una collega, altro che dago. Ricordo il ministro La Russa cantare con me O Saraccino,  in una delle feste in terrazza… Più di ogni cosa ricordo il piacere di lavorare là, il caffè e sigaro in quella terrazza al sole di primavera, con il Vittoriano sullo sfondo. Non so se tornerò a Palazzo Grazioli… di certo non sarà mai più la stessa cosa. Mamma Reti, che mi ha insegnato questo mestiere, resterà sempre la stessa. In bocca al lupo uagliò!

Il ricatto Tim

Insomma se non è un ricatto, poco ci manca. Se volete continuare a vedere “Porta a porta” che interrompe questo spot (o era il contrario?) dovete cambiare gestore. E infatti è stata questa la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto questo. Penso che anche questa sia una trovata commerciale per provare a vendere di più. Insomma, per continuare a vedere Belen, passate a Tim e pagatelo voi lo spot. Suvvia, davvero la Tim pensa che i risultati delle sue vendite dipendano dal testimonial?  A conferma che una buona pubblicità (o un cattivo testimonial) non faccia vendere (quasi) sempre di più, ripropongo uno spot bellissimo di una delle auto più brutte e tra le meno vendute dalla Fiat.

Espulsione tattica

L’on Barbato è stato espulso dall’Aula per aver mostrato un sacco di immondizia durante una seduta. Gliel’ha suggerito  Mourinho?

e quanto mi piace giocare…

Ecco l’ultimo giocattolino, assecondando due pazzi e aspettando il 18 dicembre.

Non sono giorni facili

All’alba della mia seconda vita, il primo libro che mi fu consigliato è stato “La marcia in più” di Norman Vincent Peale. Lo consiglio di leggere anche se ricco di riferimenti al Vangelo che magari a qualcuno possono far storcere il naso.
Di questo libro ricordo soprattutto una poesia che mi dava forza in quel periodo particolarmente difficile della mia vita. In questi giorni, ogni tanto, la ripeto a me stesso. E mi fa bene: non sono giorni facili, questi.

Robert W.Service , The Quitter (Il rinunciatario)

E’ facile dire è finita e morire
ci vuol poco a ritrarsi, a strisciare;
ma andar fino in fondo,
lottare e lottare
quando sembra che niente
ci sia da sperare,
è questa l’impresa più ardua del mondo.
E anche se dopo l’ennesimo scontro
ti senti battuto, ferito, stremato,
insisti. Morire, si muore d’un fiato;
durare a vivere, è questo che è duro.

Io non ho paura.

Dal marzo 1998, quando conobbi quello che ho sempre considerato il mio guru, ho messo da parte tutte le mie paure e ho affrontato sempre la vita con ottimismo. A tutto gas, avremmo detto all’epoca!
Di fronte alle tante scelte difficili di questi anni ho sempre tirato dritto, correndo il rischio di sbagliare ma provando, almeno. A volte ho sbagliato ma non ho mai avuto rimpianti, non ho mai vissuto dicendo “chissà come sarebbe andata se…”.
E’ successo quando provai l’avventura milanese nel 2001 (durata pochi mesi) o quando mollai l’impegno politico al quale avevo dedicato tanti anni e fatica (era il 1998 e il Governo D’Alema contribuì ad allontanarmi dalla politica).
Non ho avuto paura di lasciare un impiego “sicuro” e ben retribuito da venditore di auto a Taranto per trasferirmi a Roma e fare un master di otto mesi, al termine del quale non avrei avuto nessuna certezza lavorativa. E “procuratomi” il lavoro non ho avuto paura di perderlo. Non ho avuto paura di affrontare una storia d’amore a distanza, non ho avuto paura di provare a mollare tutto e raggiungere quella ragazza. Poi quella storia è finita, tante cose sono andate male, ma ogni singola cosa la rifarei tale e quale.
Qualche volta ho avuto paura di rimanere solo e capita anche oggi, ma poi squilla il telefono e c’è sempre un amico pronto a bere una birra o ad una parola al momento giusto.
In questi giorni troppe volte ho ripetuto la parola “paura”, troppe volte mi sono detto che è meglio “stare fermo”, troppe volte ho detto che è meglio “non tentare” per aver paura di farmi male. Troppe volte ho ragionato con la testa. E non va bene. Sono sempre un cavallopazzo o no?