I pugni sul tavolo nello spot M5S. Il Pd va sul sicuro con Fantozzi

stampaOggi “La Stampa” ha interpellato alcuni esperti di comunicazione politica come Mario Rodriguez e Edoardo Novelli per chiedere loro un parere sugli spot elettorali dei partiti politici italiani per le europee 2014. Il giornalista Marco Bresolin riporta anche il mio commento. Ecco l’articolo completo:

Nelle birrerie di provincia, quando il dj mette We Will Rock You dei Queen, tutti iniziano a battere i pugni sul tavolo a ritmo di musica. Un anno fa quella canzone ha fatto da colonna sonora allo «sfortunato» spot elettorale del Pd (anche se non ufficiale), quello con dirigenti e militanti che cantano «Lo smacchiamo». Ora a battere i pugni sul tavolo è il Movimento 5 Stelle, che ieri ha lanciato l’ inno per le Europee. Una canzone – scritta dall’informatico Felice Marra – che musicalmente lascia un po’ a desiderare e forse non passerà alla storia come «Meno male che Silvio c’è». Magari non sarà una colonna sonora travolgente per i comizi, ma – a sentire gli esperti – è il video che funziona. Sbattono i pugni sul tavolo la ragazza in palestra, il piccolo imprenditore che fa i conti con la calcolatrice, la studentessa in cameretta e via dicendo, da Nord a Sud. Una sequenza di gente comune, tra le mura di casa, che canta la rabbia contro «questa Europa che si nutre umiliando i deboli». «Quel gesto – spiega Massimiliano Cavallo, consulente di comunicazione politica – ricorda la scena di Quinto Potere, la gente alla finestra che grida “sono incaz… nero e tutto questo non lo accetterò più”».

 Nel giro di poche ore il video è diventato virale, popolarissimo sul web. «Perché ha tutte le caratteristiche per essere condiviso sui social network – aggiunge Cristopher Cepernich, sociologo dei media all’Università di Torino –. Tra i video elettorali che girano, ce ne sono alcuni, come quello della Lega e di Fratelli d’Italia, che sono spot elettorali classici, fatti per la tv, ma che sono usati sul web. Su questo canale però non funzioneranno mai».
Da un certo punto di vista, anche gli spot leghisti che stanno circolando (con lo slogan «La Lega sono io»), mettono al centro i cittadini comuni, ma tutti si concludono con Matteo Salvini che dà la classica indicazione di voto. «Oggi però – continua Cepernich – i partiti vivono una forte fase di delegittimazione e lo spot-partito fatica a decollare. E poi in Rete quello che funziona è la disintermediazione, le cose che nascono dal basso». Proprio quello che c’è nel video del M5S: il simbolo appare solo di sfuggita e i battitori di pugni sul tavolo, col passare dei minuti, si moltiplicano come una valanga.
Certo, c’è un altro filo comune che lega il video del Carroccio con quello dei grillini e anche con quelli di Fratelli d’Italia (questi ultimi conditi con immagini e musiche epiche): «Tutti mettono al centro la rabbia – segnala Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica all’Università di Roma Tre –, un messaggio che da un certo punto di vista è negativo». E qui sunta un segno distintivo diametralmente opposto a quello che caratterizza invece i due video della Lista Tsipras: uno affronta il tema della litigiosità interna della sinistra, l’altro lo psicodramma dell’elettore di sinistra che non si riconosce nel Pd. «C’è l’ironia, soprattutto l’autoironia, ma anche l’autocritica – prosegue Novelli –. Però credo che video come questi riescano a parlare solo al proprio bacino elettorale».
E il Pd? In attesa dei video di Ncd e Forza Italia (ne sono in arrivo un paio), ce n’è uno del Pd, che però stenta a decollare. Le immagini di Forrest Gump si intrecciano a quelle di Fantozzi e al mitico gol di Maradona all’Inghilterra (1986) per dire, attraverso la celebre citazione del film Frankenstein Junior, che «si può fare». Per Novelli è un video che «promette l’impossibile, suscita ottimismo e invoca la partecipazione». «Sì, però per molti elettori Pd, Maradona è pur sempre un evasore e Fantozzi uno sfigato», ribatte Massimiliano Cavallo. «La verità – chiosa Mario Rodriguez – è che tutti questi video hanno una cosa in comune: dimostrano che sono fatti con quattro soldi perché i partiti ormai devono fare i conti con le casse vuote».

@marcobreso   MARCO BRESOLIN

Articolo de “La Stampa” del 26/04/2014

Public speaking: una passione che viene da lontano…

Pochi giorni fa si è chiuso per me un ciclo di corsi di public speaking particolarmente impegnativo ma ricco di tante soddisfazioni: 9 aule in 17 giorni, 109 partecipanti tra Bari, Taranto, Frosinone, Teramo, Cagliari, Sassari, Milano e due aule universitarie a Roma (UNINT –  Università degli Studi Internazionali di Roma e Università Cattolica del Sacro Cuore).

Aula del corso di public speaking di Massimiliano Cavallo

Aula del corso di public speaking di Massimiliano Cavallo

Oggi sono un pò stanco per queste giornate ma contento per tutte le persone che ho incontrato, per le emozioni che ci siamo dati. Molti non ci credono quando racconto che, durante la seconda prova del pomeriggio, più di qualcuno si commuove. E’ una cosa bellissima per me, il vero senso del mio lavoro.

E quando penso a questi giorni mi viene in mente una persona e una data, perché in qualche modo tutto ha avuto inizio così: l’1 marzo 1998 al Miceneo Palace di Scanzano Jonico con Vito Clemente. Un amico di famiglia di vecchia data che ha cambiato il mio punto di vista su tante cose. E oggi, caro Vito, ti dico ancora grazie e, anche per l’esperienza di quei giorni, quel 5% è un pò realtà…

 

Roba seria…

Dal 2007 sono presidente di una associazione culturale con quale sono riuscito a realizzare qualche evento. Da pochi giorni è online anche il sito. L’ho fatto io e quindi non siate troppo critici nei confronti della grafica.  Dategli un’occhiata se vi va www.associazioneopenmind.it.